“QUANDO CHIUDONO I BAR MUOIONO I PAESI”: DI NICOLA, “BALUARDO DI CIVILTÀ, MA NESSUNO LI AIUTA”

Luglio 5, 2026 7:56

L’AQUILA – “Quando nei paesi chiudono i bar per le strade si incontrano più cani che cristiani, come se gli umani fossero leggenda. Quando nei paesi chiudono i bar all’ultimo respiro dell’ultimo cliente sull’ultimo bicchiere di tanta vita pensata lì non rimane che un fiato orfano, e dopo il conto più nulla in un silenzio assordante”.

Racchiuso in questa intensa poesia di Paolo Fiorucci, il mondo scandagliato in “Quando nei paesi chiudono i bar”, edito da Neo. edizioni di Castel di Sangro: un dialogo tra lirica e racconto, ovvero un prosimetro, tra Fiorucci e Amedeo Di Nicola, 49 anni aquilano, funzionario del Ministero della Cultura, cultore della letteratura abruzzese, inopinatamente definita minore, marginale come come l’anagrafe degli autori, senz’altro non conosciuta come meriterebbe, in molti casi.

Nel testo, presentato a Libriganzi, fortunato festival di Gagliano Aterno, in provincia dell’Aquila, è il bar, e con esso l’umanità che lo popola, il bar che in un paese, è stato detto e ridetto, rappresenta non solo un esercizio commerciale, ma un luogo di socialità, un presidio, un servizio sociale, di gran lunga il primo luogo pubblico. Eppure nonostante i tanti progetti di legge nazionali e regionali, le tonitruanti promesse in campagna elettorale,  non è stato ancora riconosciuto questo ruolo, con una defiscalizzazione e un sostegno strutturale che vada oltre ai vari e parziali agevolazioni e contributi una tantum riconosciuti alle varie attività economiche delle cosiddette aree interne.

Un bar nel racconto di Di Nicola che ha ospitato con un gomito sul bancone un’umanità forse perduta, reduce della civiltà contadina e montanara. Un altro mondo prima dell’avvento nei borghi dei wine pub e bistrot ‘acchiappa turisti’, dove il vino ‘acetella’ e il fernet, il flippe, il biliardino, il tavolo della briscola e del tre sette, hanno ricevuto il daspo, inadeguati per una ‘experience’ in location eleganti e d’eccellenza per alto spendenti. Ma più spesso il destino è stato quello delle saracinesche abbassate per sempre, con il flipper e il biliardino dentro.

Citando le stesse parole dell’autore, merita esercizio di memoria, quel tempo prima che “i paesi diventassero la scenografia dell’ennesimo inganno della vita”, prima che “i professionisti del turismo diffondevano la moda dei paesi usati come set per festival, per manifestazioni. E andò così perché la scienza aveva lasciato il posto alla pubblicità. Intanto chi aveva percorso per primo la strada e ne cercava di nuove fu sostituito da decine di imitatori che ne prendevano il posto”. Prima che “le valli e le montagne d’intorno, dove ogni fosso o suo lato, avevano un nome specifico, e diventavano sempre più aree interne e il paese non si chiamava più così, ora si chiamava borgo”.

Amedeo Di Nicola, parliamo prima di tutto della tua passione per la scrittura…

A parte pubblicazioni giovanili in poesia e prosa per un po’ di anni ho smesso perché pensavo che solo gli sciocchi continuano a scrivere poesia da adulti e mi sono dedicato alla realizzazione di documentari sul rapporto tra uomo e ambiente, anche in Canada, con particolare attenzione ai nativi americani che forse qualche somiglianza con gli indiani abruzzesi ce l’hanno. Poi evidentemente sono ridiventato sciocco e ho ricominciato a scrivere e raccontare, a mettere su carta qualche curatela degli autori del cuore della valle dell’Aterno, come Giovanni Titta Rosa e Massimo Lelj.

Come è nato dunque questo ultimo libro?

Intanto da un’amicizia con Paolo Fiorucci, che vive in un piccolo paese, San Benedetto in Perillis, e  fino a qualche anno fa aveva una notorietà come il libraio di notte, avendo gestito una libreria a Popoli, che apriva solo nel tardo pomeriggio. Ragionavamo un giorno su queste sue poesie che lui mi aveva mandato in bozza su cui ci eravamo confrontati, su cui aveva lavorato tanto a togliere, a ripulire la scrittura di tutto ciò che non era essenziale. E lui mi disse:  “ho come l’impressione che a questo mio libro di poesie manchi qualcosa, un contraltare, un’altra voce. Ci venne dunque l’idea di alternare poesie e racconti, di rispolverare il prosimetro, una forma di componimento letterario usata da penne nobili in passato, che oggi mette quasi paura, tanto ci siamo appiattiti sul romanzo.

Per raccontare cosa?

La realtà dei paesi in un giorno di fine festa, in un giorno  di autunno, quando il clamore dell’estate è passato e quando tutti i ritornanti sono tornati in città, e restano gli abitanti veri dei luoghi, restano quelli che svernano nell’area interna di Abruzzo. Non voleva essere una contro-narrazione rispetto alla retorica del borgo, ma semplicemente rendere onore a quelli che sono gli abitanti originali dei luoghi, in poesia e prosa.

Anche lei è originario di una piccola frazione di Cagnano Amiterno, Termine, cosa si porta dentro di questo?

I luoghi dell’adolescenza, quel momento di perfezione dell’anima, del fisico, della mente e del corpo e il tempo dell’estate, che cominciava il pomeriggio in cui chiudevano le scuole e finiva la sera prima della riapertura. Un’adolescenza abbandonata alla scoperta del mondo.

Parliamo dunque dei bar…

Il bar di un paese è un luogo di decisiva importanza, la fortezza Bastiani dei luoghi che vanno desertificandosi. In un paese che si spopola prima magari chiude la sede comunale, poi la scuola, poi l’ufficio postale, la stazione dei carabinieri, la farmacia. Poi alla fine rimane il bar, ma quando anche quello abbassa le saracinesche, allora è davvero finita.

E dal punto di vista antropologico?

È un crogiolo delle anime, lo vedo così, passa tutto da lì dentro ed è quello che abbiamo provato a raccontare con Paolo, io sull’onda dei ricordi, lui analizzando la sua quotidianità. Tutto si svolge intorno al bar, all’altare laico della briscola, ovvero il tavolino rosso dell’algida dove personaggi principali almeno dei racconti che sono Brigante, Senzapensieri  e Padreterno si trovano per giocare a carte. Tre paesani con le loro storie. Brigante è nato e vissuto lì da sempre, tirando avanti con un po’ bracconaggio e varie attività agricole, Senzapensieri non si sa cosa effettivamente fa per campare,  ma del resto essendo senza pensieri non ama parlare di lavoro, Padreterno è  invece è  un rampollo di una famiglia che era stata ricca, che possiede il palazzo del paese che in realtà è stato ammaliato dalle filosofie degli anni 60-70 si è fatto un po’ di carcere perché ha aderito alla lotta armata e alla fine tutto, l’unico punto fermo della vita lo ritrova nel paese e nel palazzo cadente che aveva sempre rifiutato, lui, il padrone che voleva smettere di fare il padrone.

Dai personaggi di fantasia, ma comunque iconici, al quelli della cultura. Si è mai riflettuto abbastanza sul fatto che ad esempio Croce, Silone, Spaventa, D’Annunzio, Flaiano e Pomilio è rimasto a vivere in Abruzzo?

Sono andati via perché lo spazio per fare letteratura e filosofia nell’Abruzzo provinciale non c’era, l’Università dell’Aquila, almeno nella sua forma moderna non legata alla chiesa rinasce nel dopoguerra e quindi per studiare, approfondire, per emergere dovevi andare a Roma, Napoli, Milano in città dove c’erano le migliori facoltà, le biblioteche, i grandi editori, i grandi giornali, i grandi intellettuali, il giro che conta, insomma.

Cosa ti ha spinto a dedicare tanti anni della tua vita a far conoscere autori abruzzesi dimenticati o non adeguatamente considerati?

La passione e un senso esercizio di doverosa trasmissione culturale, raccogliendo immeritatamente il testimone di intellettuali come Sandro Cordeschi o Carlo De Matteis, che hanno raccontato alla nuove generazioni tanti autori prima sconosciuti, artefici una letteratura di incredibile qualità. In Abruzzo non ci sono stati solo D’Annunzio e Silone, ma ad esempio Ottaviano Giannangeli, grande poeta di Raiano amante di Ovidio, Nicola Moscardelli, originario di Ofena, il citato Titta Rosa, di Santa Maria del Ponte, autore dell’Avellano. Come pure, di Tione degli Abruzzi Massimo Lelj, autore di Stagioni al Sirente, recentemente ristampato da Radici edizioni. Molti di loro sono caduti nell’oblio perché nel migliore dei casi appartenenti a quella vastissima e diffusa zona grigia di intellettuali che non presero posizione durante il regime fascista. Riscoprirli, fermo restando il giudizio storico, è anche un modo per confrontarsi con il nostro passato, essere consapevoli della pochezza dell’uomo, quando è ‘nelle grinfie della storia’ come scriveva Cesare Pavese.

Va poi ricordato che tra poeti e scrittori con origini abruzzesi negli Stati Uniti non c’è solo il grande John Fante…

Come non menzionare infatti Pietro Di Donato, di sangue abruzzese, nato nel New Jersey primo di otto figli di genitori immigrati originari di Taranta Peligna e Vasto, che scrisse Cristo tra i muratori, un’opera di straordinario realismo e Pascal D’Angelo, originario di Introdacqua, l’uomo del piccone e della pala, autore di Son of Italy, opera di una potenza dirompente. Tutti e due facevano i muratori,  D’Angelo anche il boscaiolo, e hanno forse rappresentato la vera letteratura popolare abruzzese del periodo, avendo avuto negli States la possibilità di studiare, di imparare a scrivere, di praticare un po’ di letteratura. Possibilità che in Abruzzo non era data a tutti, ma riservata a quei figli delle famiglie bene che potevano permettersi di studiare al liceo. Insomma, autori del popolo, che scrissero con il popolo, in mezzo ad esso e per il popolo. È interessante citare anche Vincent Massari, il primo a pubblicare Silone negli Stati Uniti a puntate.

Lei invece che futuro vede per questi paesi?

Viviamo una fase di transizione, vedo nei piccoli paesi un ritrovato dinamismo, un fiorire di tante iniziative, persone giovani e motivate che provano a viverci o comunque a starci a lungo, scappando dalle città. Ci sono proposte culturali originali lontane da un certo conformismo del mondo intellettuale cittadino. Tra un po’ di anni sapremo, con un giudizio storico sedimentato, se tutto questo sarà servito ad invertire il destino altrimenti inesorabile di spopolamento e declino, oppure sarà stato soltanto un coraggioso tentativo fuori tempo massimo.

A questo proposito c’è un’altra bella poesia cdi Fiorucci che dice: ‘”siamo qui per ballare coi lupi, diventare orsi per conoscere questa frontiera prima che scompaia”. Condivide questo godibilissimo pessimismo?

Ripeto, non posseggo gli strumenti per dire se questo sarà un nuovo inizio o l’ultima fiammata prima della notte. Intanto come metodologia esistenziale sarebbe importante che gli autoctoni imparassero ad aprire veramente la mente il cuore al mondo non barricarsi in posticce identità culturali, aprendosi ai nuovi coraggiosi abitanti che scoprono i luoghi. Questi ultimi devono abbandonare la loro visione radicale e immaginifica della vita dei borghi, per comprendere il modo di essere nei paesi, che si è solidificato nel tempo. La diffidenza è proprio una delle caratteristiche più intime degli abruzzesi, insieme all’idea della vanità del mondo rispetto alle stagioni e al tempo infinito, che riescono poi a trasformarsi in dedizione e amicizia senza limiti quando si è passati tanti freddi inverni insieme.

Cosa si potrebbe fare davvero per i piccoli paesi, quelli rimasti con un solo bar, che fatica sempre più a sbarcare il lunario?

Anche qui non ho ricette da dare, non è nelle mie corde, né nelle mie scienze pensare a questo. Certo, le piccole attività economiche dei piccoli paesi andrebbero aiutate in modo strutturale, deciso, e questo ad oggi non avviene. Per il resto posso dire che i paesi avrebbero bisogno più d’ogni altro luogo di una politica di lungo respiro, onesta almeno con sé stessa, di pensieri profondi, progetti difficili e sogni complicati. Bisogna insomma credere in una folle rinascita e crederci abbastanza da renderla possibile.