L’AQUILA – “Ci sono molte evidenze che ci spingono ad affermare che l’antica città italica di Superaequum vada localizzata sulla sommità del colle La Ira, in prossimità di Secinaro, e si auspica dunque una campagna di saggi archeologici da parte della Soprintendenza per riportare alla luce una un sito archeologico dalla straordinaria valenza storica, culturale e anche turistica”.
Dopo anni di studi, e anche un libro sull’argomento, a rivelarlo ad Abruzzoweb è l’ingegnere teramano Domenico Di Baldassare, che da anni studia con passione la storia del periodo italico, romano e longobardo in Abruzzo, organizzando numerosi convegni e momenti di divulgazione, convinto di aver finalmente risolto, prove alla mano, la vexata questio dell’esatto posizionamento del nucleo principale della città peligna di Superaequum, nella valle Subequana, in provincia dell’Aquila, risalente all’età del Ferro.
Altre ipotesi sostengono invece che essa vada localizzata più a sud, nei pressi di Castelvecchio Subequo, in zona Macrano, dove sono stati ritrovati mosaici.
“Oltre ai sopralluoghi nel territorio di Secinaro – spiega innanzitutto lo studioso -, ho letto soprattutto i libri dello storico locale Evandro Ricci, quello di Roberto Santilli, per l’analisi delle epigrafi osche, quello di Angelo Civitareale sulle città romane, quello dell’archeologo Andrea Rosario Staffa per lo studio dell’alto medioevo e ‘Storia dei Marsi’ di Luigi Colantoni per la parte riguardante la Guerra Italica. Fondamentale è stata però la raccolta di campioni di ceramica diffusa sul territorio prevalentemente nelle poche aree lavorate”.
Ebbene, entra nel merito Di Baldassarre: “una città dell’età del ferro sorgeva generalmente su di un sito sufficientemente esteso, naturalmente protetto e al centro di una area adatta prevalentemente all’agricoltura. Dall’esame del territorio e della gerarchia degli insediamenti, il sito più idoneo per la città risulta essere proprio il colle La Ira”.
Le emergenze archeologiche di Castelvecchio Subequo, Castel di Ieri, Gagliano Aterno, Goriano Sicoli e Molina Aterno, potrebbero in questa ottica confermare che era questo il territorio di Superaequum, che però aveva come nucleo centrale e “capoluogo” il colle La Ira.
Infatti sostiene lo studioso, riferendosi alla toponomastica, “il sito di Macrano nei pressi di Castelvecchio Subequo, oltre ad essere troppo piccolo non è naturalmente protetto. Per analizzare la differenza tra Superaequum e Subequo occorre fare una sezione del territorio dal monte Sirente a Castel di Ieri. Ebbene, la parola ‘aequum’, significa ‘pianura’, Superaequum è sul colle de La Ira, posto dunque più in alto rispetto alla pianura sottostante, a differenza di Macrano”.
Indizi, ma per Di Baldassarre sono quasi certezze, è che nella parte più elevata della collina è ancora visibile un quadrilatero di 15o metri per 1o0 metri, con mura alte due metri, ovvero i ruderi della città e “facendo un calcolo della volumetria, tali resti corrispondono ad almeno 300 abitazioni, dunque a un nucleo urbano molto importante per l’epoca”.
Non solo, sul colle La Ira, sono stati trovati i resti di un tempio consacrato a Cerere, con una stiva votiva e con delle piccole anfore, anche di bronzo: un luogo di culto della dea dell’agricoltura, e “infatti Superaequum era un importante centro agricolo, come lo anche successivamente in epoca romana”.
Non solo, ci sono resti anche di un tempio di Ercole, nei pressi della fontana San Gregorio, ai piedi del colle, una fontana monumentale con tutte le pietre squadrate, provenienti si può supporre dall”antica Superaequum. “Ercole è il dio che proteggeva il commercio e il tempio stava a monte del centro commerciale, il Dio proteggeva la transumanza e a valle del tempio passava il tratturello che dai pascoli del Sirente si dirigeva a Goriano Sicoli”.
E nell’area, a distanza di pochi chilometri, ci sono resti anche di altri templi, come quello di Giove Quirino, il Dio della luce, in località Casale, di cui ha parlato l’archeologo Adriano La Regina, a pianta circolare con l’effigie del sole.
E ancora: il tempio della dea Cibele, che sorgeva sul Colle Rotondo, il tempio di Dioniso, il dio della viticultura, sul colle Sant’Angelo, da cui proviene una mètopa del puttino alato sorreggente un festone di prodotti agricoli rinvenuto presso la fontana San Gregorio, il tempio della dea Pelina sul Colle Ribola ove sono i segni di un antico spianamento e qualche frammento di tegolone romano di copertura, la dea che ha dato il nome ai Peligni.
Ma non basta, rinvenuti resti del tempio di Silvano, il dio delle selve e degli armenti e protettore dei pastori e dei cacciatori, sul colle Pilostro caratterizzato proprio da un fitto bosco, al bordo della piana di Canale dove sorgeva un insediamento dell’età del bronzo. E ancora, il tempio di Venere sul Colle della Croce presso l’insediamento italico e romano di Campo di Rose difeso dal castelliere di Colle Palombo.
E infine “il tempio di Sìcina – sottolinea Di Baldassarre -, presso la chiesa di San Nicola a Secinaro, e che ha dato il nome al paese, nel senso di Ara di Sìcina. Era una ninfa, considerata dal popolo come sorella della dea Pelina, che partecipava alla danza della sicìnnide ossia la danza dei Satiri, geni dei boschi, dei monti e delle acque, che danzavano suonando il tamburello, il flauto e le nacchere inseguendo le ninfe chiassando e bevendo in compagnia di Dioniso”.
Insomma, l’abbondanza di templi nel giro di pochi chilometri, con baricentro il colle La Ira, per lo studioso sono ulteriori conferme della giusta localizzazione della mitica Superaequum.
E doveva essere una città davvero importante nel coevo panorama italico, assicura Di Baldassarre: “ai tempi la più estesa d’Abruzzo, aveva talmente tanto spazio da ospitare la necropoli, un centro commerciale e una zona d’espansione urbana. Senza contare l’insediamento dell’età del rame sul colle più prossimo alla confluenza dei fossi. Ma non solo: si può confrontare la città di Superaequum addirittura con Roma e dall’immagine con la sovrapposizione delle due città risulta che il territorio di Superaequum era più estesa della futura città imperiale, senza contare che anche il pago di Molina Aterno faceva parte di Superaequum”. Filippo Tronca