Mercoledì 28 maggio, alle ore 18.00, presso la Galleria Commerciale di Via Roma a L’Aquila sarà inaugurata”Ogni volta, poi. La comune esigenza di rispondere”, mostra d’arte contemporanea organizzata da Spazio Genesi, associazione culturale che nasce come interfaccia tra gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila ed il contesto cittadino che li ospita.
La mostra sarà fruibile fino a sabato 14 giugno, dal lunedì al venerdì dalle 17.30 alle 19.30, il sabato dalle 14.30 alle 19.30
In dialogo saranno le opere di Francesca Chiola e Lisa Rastelli; artiste che, partendo dal dispositivo pittorico, espandono la loro ricerca artistica destreggiandosi abilmente tra installazione e performance.
COSA PROPONE LA MOSTRA
I lavori proposti, sviluppatisi a partire da suggestioni biografiche ed introspettive, intendono analizzare dinamiche quali la sessualizzazione del corpo femminile e lo sfruttamento che in molti casi ne consegue.
Particolare attenzione è rivolta allo sguardo tradizionalmente indirizzato nei confronti del femminile e alla funzione che il maschile occupa nello scenario odierno.
Si tratta di una doppia narrazione che accompagna il fruitore in un percorso volto ad evidenziare da un lato la crudezza della realtà corporea e dall’altro la barriera difensiva che si è soliti elevare grazie all’ausilio di supporti esterni quali la fotografia e il video.
Un conflitto interno insanabile si muove tra le pieghe della percezione, rendendo manifesto a tratti un desiderio di fuga, una necessità di porre distanza tra l’immagine di sé e del proprio desiderio ed al contempo rivelando un bisogno di concretezza, di controllo sulla propria corporeità.
Serialità, precisione chirurgica, gioco, ieraticità; alcuni degli elementi impiegati da Chiola e Rastelli per valorizzare ciò che concerne il piacere femminile e il necessario ruolo occupato dalla sessualità nel processo di emancipazione di ciascun individuo.
Temi quali il consenso e l’autodeterminazione divengono centrali al fine di riappropriarsi del proprio corpo e della propria immagine, reclamando una libertà che non garantisce metodologie esatte o risposte esaustive ma piuttosto che produce un dialogo condiviso intorno all’incertezza e alla precarietà che le dinamiche affettive comportano.
Accogliendo la complessità e le contraddizioni presenti entro tale macro area d’indagine, è possibile comprendere come non farsi male e di conseguenza come trarre appagamento dalla dinamica amorosa; auspicando in una reciprocità o al contrario affrontando la sua assenza.
In tal senso,
Ogni volta, poi. La comune esigenza di rispondere si apre come un varco, uno spazio denso in cui lo sguardo è chiamato a sostare, a farsi attento. Chi osserva entra in una zona di contatto tra l’intimità esposta e la tensione che la percorre.
Le artiste costruiscono un paesaggio visivo ed emotivo dove ogni immagine si presenta come frammento, interruzione, interrogazione. Francesca Chiola intreccia gesto e materia in una pittura che vibra di silenzi, sospensioni, desideri compressi. Lisa Rastelli modula il corpo attraverso dispositivi che ne rivelano l’ambiguità, lo stratificano, lo interrogano. Entrambe aprono crepe, varchi in cui il corpo è al tempo stesso luogo di affermazione e zona di rischio.
Al termine del mese mariano, la mostra si offre in quanto possibilità di scambio dialogico circa temi quali la performatività di un organismo e le conseguenze che gli stereotipi e le inesatte aspettative hanno su di esso.
Ci si muove tra opere che sembrano respirare, trattenere e poi restituire, come se ogni installazione fosse una risposta – incerta, parziale, ma necessaria – a un’urgenza che non si può tacere.
Le artiste non cercano di rassicurare ma di condividere il dubbio, l’instabilità, il movimento continuo tra esposizione e ritiro, chiamando chi guarda a una posizione scomoda ma fertile, dove la distanza tra sé e l’altro si fa più sottile, e la vulnerabilità prende forma, divenendo linguaggio.
In questo dialogo, la corporeità emerge come campo d’azione, come terreno su cui ridefinire il proprio spazio, la propria voce, il proprio desiderio.
Il corpo immaginato tenta affannosamente di spogliarsi da dogmi religiosi ed imposizioni sociali secolari, rigettando ogni tipo di passività e manifestandosi in quanto artefice del proprio percorso individuativo.
Esso rinuncia al proprio ruolo di feticcio da contemplare o al contrario da possedere, non vi è sacralità o venerazione ma al contrario l’esposizione di un’entità fragile, sia fisicamente che emotivamente.
Ogni volta, poi. La comune esigenza di rispondere. Un’ambigua negoziazione tra virtuosismo e vulnerabilità.