SULLE TRACCE DI LEAR NELL’ABRUZZO DI METÀ ‘800, BINI, “CONQUISTATO DA TERRA MISTERIOSA E SELVAGGIA”

Marzo 15, 2026 7:57

L’AQUILA – “La porta della nostra camera non aveva serratura. Due o tre galline impazzite vi hanno corso per tutta la notte e non c’era modo di cacciarle. Il pollastro dolorante con un’ala spezzata continuava a dimenarsi sul pavimento senza sosta. Due specie di parassiti, che per gentilezza chiameremo cimici e pulci, ci hanno infastidito oltre ogni limite di sopportazione e un tubare continuo di piccioni risuonava sulle nostre teste, mentre da sotto proveniva un grugnire. Insomma, eravamo felicissimi all’arrivo del mattino”.

Non è l’indignata lamentela di un travel blogger per l’alloggiamento che gli hanno riservato in cambio di promozione sui social, né il resoconto di una radicale esperienza di turismo emozionale e delle radici.

Bensì l’annotazione nel taccuino d viaggio di Edward Lear, pittore e scrittore inglese,  uno dei più illustri protagonisti dei grand tour ottocenteschi in Italia, che non si limitò però a visitare le mete classiche, Roma, Venezia, Firenze, Napoli e Palermo ma decise nel 1843, tra i primi a farlo, di addentrarsi, a cavallo e a piedi, nel misterioso e marginale Abruzzo, infestato da briganti e belve feroci, senza strade e ben pochi ostelli, dalle alte montagne con le nevi perenni e dagli inverni gelidi.

Per scoprire invece, lui che arrivava dalla caotica Londra, “una quiete indescrivibile e un senso di distanza dalla frenesia del mondo che pervadono questo isolato angolo di mondo” e una ospitalità che “non aveva pari”. Immortalando i paesaggi che attraversava, non essendo stato inventato ancora il selfie compulsivo, con preziose litografie, disegnate con lentezza, lungo il cammino.

A dare alle stampe il suo testo “Viaggio attraverso l’Abruzzo pittoresco”, è stata la casa editrice Ianieri di Pescara, nella collana curata da Beppe Millanta, che propone anche altri testi di celebri viaggiatori, come Ferdinand Gregorovius, Anne Mc DowellAlexandre Dumas, Maud Howe, Primo Levi, Giovanni Cena, Ugo Ojetti.

La presentazione si è tenuta nei giorni scorsi alla libreria Colacchi dell’Aquila, che da decenni, senza clamore e a costo zero per le casse pubbliche, produce cultura, ben prima del riconoscimento del capoluogo a capitale italiana della cultura.

Relatore d’eccezione Antonio Bini, che ha curato anche l’introduzione al testo, grande studioso di storia e tradizioni abruzzesi, già dirigente del settore Turismo della Regione Abruzzo, direttore del bimestrale Abruzzesi nel mondo.

“Il grand tour – spiega Bini ad Abruzzoweb – fu un complesso fenomeno culturale che vide l’Italia frequentata dalla fine del seicento in poi da numerosi viaggiatori, letterati, artisti, poeti, musicisti e archeologi, le cui testimonianze costituiscono ancora oggi un vastissimo patrimonio iconografico, pittorico e letterario. Nell’Ottocento poi, con l’affermarsi del romanticismo ​che esaltava il carattere spirituale e sentimentale​ e il rapporto uomo-natura​, si guardò con occhi diversi all’Abruzzo, in precedenza trascurato dai grand tour. E Lear ancora oggi ci dà un’opportunità unica per leggere il paesaggio abruzzese anche in una prospettiva storica, di riflettere sulle profonde trasformazioni intervenute fino a oggi, anche in chiave di tutela”.

Nel racconto e nei disegni di Lear tornano alla presenza ad esempio paesaggi scomparsi, come quello del lago del Fucino, che di lì a poco sarebbe stato prosciugato su iniziativa dei principi di Torlonia.

“Lontano in basso, sotto uno splendido sole, c’era la lunga distesa azzurra del lago del Fucino con la sua bella pianura cosparsa e abbellita da boschi e borghi. Oltre il lago si ergeva la strana sagoma della montagna di Celano, circondata da colline graziose e azzurre, mentre ai nostri piedi c’erano rocce, simili a oscure fortezze, e il formidabile passo di Tagliacozzo”.

E a riva, “il capraio suonava un piccolo flauto e due o tre grossi falchi volavano. Un vigile cormorano restava immobile sulla lucente superficie dell’acqua e un mare di mosche volava nell’aria fragrante. Questi gli unici segni di vita nel luogo dove i troni di Claudio e dell’imperatrice sua consorte una volta si erigevano in collina”.

Prosegue Bini, “aspetto interessante è che Lear si decise a esplorare l’Abruzzo, come detto fuori dai circuiti del grand tour, quando vide gli zampognari e pastori transumanti abruzzesi con le loro greggi nelle campagne romane, e dai suoi carteggi si scopre che rimase colpito in particolare dall’idea di libertà e dal nomadismo che essi incarnavano. E in tanti lo avevano però sconsigliato a intraprendere questo viaggio, perché l’Abruzzo aveva la fama di essere terra ostile, dura, fredda, pericolosa, senza strade, con briganti e orsi a rappresentare una costante minaccia”.

Quegli orsi, quei briganti e quei pastori su cui ora, ironia della sorte, il marketing turistico fa leva come valore attrattivo. Quei pastori che Lear vedeva “lavorare a maglia delle calze o intento a leggere libri di carattere religioso nelle pianure della campagna”. Per poi aggiungere: “in tutta sincerità, non ho mai incontrato persone più innocue e serene di questi pastori”.

Una terra insomma che a Lear si rivelò tutt’altro che ostile: tanti i passaggi dove il turista ante litteram d’oltre Manica loda l’ospitalità degli abruzzesi, talvolta eccessiva, a dire il vero, senz’altro per i canoni nordici.

Gustoso a questo proposito il seguente siparietto: “Non potevamo dire di no ai maccheroni, parola usata negli Abruzzi per riferirsi a lunghi fili di pasta solitamente conditi con pomi d’oro in estate. Fin dai giorni di San Beniamino non si faceva altro che preparare quei maccheroni. ‘Bisogna mangiare! È un piatto nazionale!’ esclamavano i sei fratelli appena osavamo alzare la testa dal piatto. ‘Non ne possiamo più!’ dicevamo noi. ‘Mangiate! Mangiate!’ rispondevano loro”.

Osserva Bini, “Non è soltanto l’ospitalità nelle famiglie benestanti e nobiliari, che avevano la cultura anche per comprendere il senso di questi viaggi. Bensì la cordialità dei contadini. Ad esempio nella Marsica, in una giornata estiva di agosto, dopo un lungo cammino Lear era sudatissimo. E un contadino incontrato per strada gli disse, ‘così ti ammali, copriti’, e arrivò ad offrirgli la sua camicia. C’è poi l’episodio del pastore che dall’alto di  una rupe lo seguiva passo passo e gli dava le giuste indicazioni urlando per non fargli sbagliare strada”.

A offrire spunti di riflessione poi la sua prima impressione alla visione della valle Peligna, che oggi si conquista la ribalta delle cronache per le tante vertenze occupazionali e lo spopolamento, conseguenza di uno sviluppo industriale che, soppiantando l’agricoltura, è esploso nel secondo dopo guerra e che ora si avvita nella crisi.

“Avevamo lasciato la terra dei Marsi e ci stavamo addentrando in quella degli antichi Peligni, separati dai loro alleati di un tempo da alte pareti montagnose sulle quali dominava la bellissima Maiella. Bellissima è anche la valle o piana di Sulmona, lunga dodici miglia napoletane e larga tre o quattro, la quale è quasi tutta coltivata a vite, grano, olivo e ortaggi, ma i meloni sono la coltura che si vede più spesso”.

E fu parimenti ammirato alla vista di Lanciano, antica Anxano, capitale dei Frentani, “ampio giardino”, baciato dal sole, e ovunque “c’erano fichi, viti e alberi da frutto”.

Non poteva mancare una visita all’Aquila, e anche qui il libro offre spunti di profonda riflessione. Una città dal passato glorioso, annota Lear, seconda città del regno del Sud per secoli, ora però decadente, negli anni del cupio dissolvi del dominio borbonico, ma ancor prima sfinita da “un lungo elenco di pesti, carestie, terremoti, oppressioni, discordie interne e ribellioni”.

Scrive Lear: “la cosa che più ci ha colpito è stato il freddo senso di abbandono che si percepiva nelle sue strade ben pavimentate, e abbiamo capito che il nome ‘Roma degli Abruzzi’ attribuito a L’Aquila era ben meritato e dimostrato dai segni della passata grandezza che si trovavano nei paraggi: bei palazzi, malinconici e disabitati, conventi e chiese, e le sue vaste mura che racchiudevano vigneti, dove una volta si trovavano i fiorenti quartieri della città. La scarsa popolazione e l’assenza di traffico in un luogo così grande la rendevano molto simile alla città eterna. Questa malinconica possenza era circondata da una catena di montagne aspre e spoglie che precludevano la vista tutt’intorno”.

Una città che ha come destino quella di cadere e risollevarsi ogni volta, evidentemente, e lungo le strade il viaggiatore inglese rimane impressionato “dai canti armoniosi e dal fischiettare di operai, fabbri o altri intenti a lavorare”.

Conclude Bini, “Sicuramente un elemento centrale nel suo viaggio è la descrizione dei luoghi selvaggi, dei paesaggi e dei paesi che tanto lo affascinavano e che ha immortalato nei suoi disegni, e che dopo 180 anni, si scopre, sono rimasti miracolosamente identici, sono ancora un elemento caratterizzante dell’Abruzzo. Questo testo dunque è anche un invito alla politica e alle istituzioni a preservare ciò che autentico, originale e bello. E’ poi ovviamente è invito al lettore a mettersi in cammino”. Filippo Tronca